Graffiti - amore per le lettere

Rosa Beltrán  
  


portada-oceano.jpgPuoi essere una donna di una certa età, con gli occhiali e — se badi all'opinione di tuo marito - un po' tonta anche se molto intrapren­dente. Andare all'università, ad esempio, e cercare di seguire una facoltà umanistica, Lettere Classiche per esempio, anche se ciò implica rispolverare una capacità di ragionamento mandata in disu­so, e fare appello al tuo coraggio per alzare la mano in classe, da buo­na studentessa, ed esprimere un'opinione, qualunque essa sia, con una certa solennità.

Puoi non sederti sul lato destro, dove siedono gli eccellenti — come hanno deciso essi stessi di definirsi —, ma dall'altra parte, cioè dove si siede il "popolo", e pertanto guardarti bene dal dettar sentenza, senza che neanche questo sia poi una questione fondamentale, per­ché dopo tutto a volte risulta difficile capire le letture di Tacito, Publio Ovidio Nasone e soprattutto le domande del professor Pelegri.

Ti puoi alzare allora dal tuo posto e uscire di classe per andare in bagno. Aspettare un po', dieci minuti diciamo, e occupare il primo gabinetto libero. Disporti a fare quel che generalmente si fa in que­sti casi, e dico generalmente, perché può succedere che, guardando la porta chiusa che hai davanti, ti sorprenda per quello in cui ti imbatti.

Può accadere che ti guardi intorno con una certa vergogna, benché non ci sia nessuno (a volte ci si sente spiati), o che tu avverta il con­ tatto di uno sguardo intimo che sfiora gelido il tuo corpo, ma che, ciò nonostante, ti obbliga a restare impavida. Per fortuna, sai che si tratta di un disagio momentaneo, cosi che ti avvicini cautamente e osservi con comodo il cazzo di dimensioni prodigiose e la scritta ros­sa al suo interno: "baciami pianino" e senti che arrossisci e trattieni il fiato mentre la ripeti silenziosamente, senza poter evitare un sor­riso e un formicolio, soprattutto sapendo che gli altri stanno discu­tendo su Omero o Senofonte, senza parlare di quelli di fronte che nello stesso momento stanno infamando, componendo, correggen­do La scienza dell'esperienza della coscienza. 

Improvvisamente, accanto all'enorme cazzo, scopri una cosiddetta massima: "Piace a tutte noi perché siamo tutte puttane". E di colpo senti che l'espressione del tuo viso cambia mentre ti poni la doman­da fondamentale se sei o no quello che li viene detto che sei. Ma poi tiri un sospiro di sollievo, tentennando la testa, e sorridi del futile dubbio sapendo di essere una persona che dedica la propria vita ad altro, ossia che non appartiene all'aurea mediocritas, come suol dir­si, e che, anche se tremendamente urtata e indisposta dalla stupi­daggine umana, non sei meno intellettuale per il fatto di avvicinar­ti a guardare una linea rossa che disegna un cazzo che finisce in una bocca e un'avvertenza: "Attenta, la banana ingrassa", firmato dal­l'autrice, Chepinga a tu madre. Allora segui con lo sguardo le scritte più oscene, i disegni più impattanti, e ti gira un po' la testa, un momento solo, con le strisce colorate di tutte quelle lettere che sono anche fiocchi pronti per i regali dei collegiali, uomini e donne, per­ché sai che anche gli uomini fanno le proprie Confessioni nei gabi­netti, molto diverse da quelle del santo medioevale, ma appena ci pensi, ti vergogni di nuovo.

Sospetti che la persona in attesa fuori si stia impazientendo, ma in quel momento distingui sorpresa il piccolo messaggio, che sembra volersi nascondere tra il resto; lo senti chiedere con una scritta tre­mante a matita: "Aiutatemi ad abortire", e rimani stupefatta e fai un salto di spavento perché in quel momento hanno cominciato a bussare; due colpi secchi, rabbiosi, per dirti di sbrigarti. Prima di apri­re, segui uno strano impulso, cerchi in borsa una penna che vien fuo­ri di tra le ricevute e le note e scrivi, con dei tratti appena un po' più grandi della prima scritta: "L'aborto è un crimine", ti fai indietro, osservi l'opera tua e sorridi. Senti una specie di pena, insieme all'o­dore di fritto che viene dal basso, dove si distinguono anche, tra cani, calcinacci e cibi, le frasi di Carmina Burana intonate dagli alunni di latino, e aggiungi "Dio ti aiuterà", tiri inutilmente la catena ed esci compiaciuta.

Fuori un gruppetto di donne dai visi inespressivi aspettano il pro­prio turno mentre altre si truccano e si rinfrescano; pensi che avran­no le loro ragioni, perché al di là del confine insuperabile per gli uomini, su cui sta scritto DONNE, si può pensare ad altro che non sia Seneca, Virgilio o Cicerone. Non sai granché di altre materie, perché a quarantanni e con una scarsa cultura sei appena arrivata all'università, ma puoi immaginare che, tranne i nomi, nulla sia mol­to diverso nelle aule attigue.

Pensi tuttavia, con una certa sorpresa, che le frasi del professor Pelegri su Catullo sarebbero veramente commoventi se provenissero da un uomo che le pronuncia mentre, per esempio, ti guarda le gambe. Puoi guardare la luce che filtra attraverso le finestre del corridoio e avere tutta l'intenzione di tornare in classe, anche perché ormai hai deciso di tener duro su questo punto con tuo marito, ma senti un bisogno irresistibile di tornare indietro ed entrare di nuovo nel bagno delle donne.

Metter giù il borsone di quasi pelle, plastica marrone che costava meno, sederti e contemplare la porta è tutt'uno: poi vengono l'in­credulità e la risata. Sospetti che le altre ti prenderanno per matta, ma non hai potuto trattenerti dinanzi alla velocità con cui è stata data risposta al tuo messaggio. Lo leggi e arrossisci: "Niente niente Dio fa aborti", e poi una specie di senso di colpa non del tutto affio­rato e una piccola macchia di inchiostro: un telefono. Frughi nella borsa, tiri fuori un pezzetto di carta, la nota della tintoria, tiri fuoriuna penna, la stessa con cui hai scritto prima e, senza sapere perché, scarabocchi il numero del telefono. Prima che i colpi alla porta diventino frenetici, controlli il numero di telefono che hai appun­tato e metti via il pezzo di carta. Poi tiri di nuovo inutilmente la cate­na ed esci dal bagno sentendoti leggera, quasi volatile.

 
 
 
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Edición: Rodrigo Martínez  
Diseño: Sergio Martínez